Sun. Mar 29th, 2020

Angola Xyami

Since 2004

Il decennio perduto delle borse europee. Ragioni per cui Wall Street corre da 11 anni

Borse europee e borse americane

Borse europee e borse americane

Borse europee e borse americane 

Sta per chiudersi un anno eccezionale per le Borse, con rialzi di oltre il 27% a Wall Street, come raramente s’era visto in passato, e parecchio buoni anche per i mercati europei saliti del 23%, e Milano addirittura del 29%. E sta per finire anche un decennio esaltante per la Borsa americana (+187%), tanto più se si pensa che il suo ciclo dura da quasi 11 anni: il più lungo della storia. Invece, è un decennio da dimenticare per l’Europa dove l’indice Stoxx segna un rialzo di neanche il 64%, un terzo di quello dello S&P500, e solo grazie alla tenuta di Londra e Zurigo. Il bilancio dell’area euro si chiude con un misero progresso del 26% (EuroStoxx 50), che si tradurrebbe in una quasi perfetta immobilità se convertito in dollari, dal momento che l’euro ha ceduto nel frattempo quasi il 20%.

Velocità diverse

Pietoso, il Wall Street Journal tenta di giustificare l’enorme divario adducendo la scarsità di titoli tecnologici in Europa (appena il 6% dell’indice) contro il 25% di quelli dell’S&P500: i quali hanno generato oltre la metà dei rialzi. E, come aggiunge Goldman Sachs, anche buona parte della crescita degli utili (drogata in buona parte dal taglio alle tasse) sarebbe da ascrivere alla mezza dozzina di grandi nomi dell’hi-tech.
Ma la vera ragione sta nel disastro dell’economia d’Eurozona, finita per metà in recessione tra il 2011 e il 2012 con la crisi dell’euro, con le sue banche male equipaggiate a confronto delle americane e con un sistema produttivo tutto rivolto all’esportazione: messo in crisi negli ultimi anni dalla frenata del commercio mondiale e fiaccato recentemente dal protezionismo di Donald Trump.
Non è detto che il felice decennio si riproponga, avverte il WSJ, notando come la Borsa americana tratti a multipli superiori a 18 volte gli utili (15-20% più dello Stoxx): a maggior ragione se i prezzi dei tecnologici sono in odore di bolla speculativa, come suggerisce BofA, e i profitti societari operativi non crescono da 4-5 anni, a dispetto di utili per azione gonfiati dai buyback e da pratiche contabili assai discutibili.

America-Europa

Ma, per quante perplessità si possano addurre, le cose in America, sia in economia sia per Wall Street, sembrano nuovamente destinate a un migliore avvenire rispetto a un’Europa, alle prese con un sistema produttivo che va rivisto, a una forte instabilità politica, all’incompiuta costruzione dell’euro e al rapido invecchiamento demografico. Tuttavia, immaginare il decennio successivo è un esercizio al di sopra delle umane capacità, dal momento che già si fatica a figurare l’anno che verrà.
Dodici mesi fa gli operatori paventavano la catastrofe e ne è uscito invece un anno eccezionale. Oggi, invece, dicono di vedere un radioso 2020, poiché si starebbe preparando una nuova ripresa economica, perché le banche centrali sono favorevoli a ulteriori stimoli monetari e perché anche i governi sarebbero inclini a far la loro parte. Di tutti questi immaginati, nuovi germogli non c’è al momento traccia nei dati macro e gli ultimi sondaggi (flash) di Markit segnalano piuttosto una persistente stagnazione nell’attività manifatturiera e dei servizi, tanto negli Stati Uniti e soprattutto in Europa.

Previsioni

La novità sta solo nella «fase uno» dell’accordo commerciale tra Cina e Usa («la metà di quanto ci si aspettava», secondo Goldman Sachs, un «calo simbolico delle tariffe», per Giuseppe Sersale di Anthilia) con la prospettiva di una «fase due», nell’illusione che si possa tornare alla situazione pre Trump. L’altra notizia è l’esito delle elezioni in Gran Bretagna che finalmente dovrebbero dare il via a una Brexit non troppo disordinata. L’euforica reazione dei mercati fa capire come gli operatori abbiano messo l’accento solo sulla rimozione dei rischi, senza badare ai fattori macroeconomici. Si può osservare come l’indice S&P500 sia cresciuto per due fattori: la svolta nella politica della Fed e le ripetute attese di un imminente accordo commerciale che ogni volta hanno spinto l’indice un po’ più in alto. Quando Donald Trump iniziò a minacciare dazi alla Cina, 22 mesi or sono, l’S&P viaggiava attorno ai 2.780 punti. Oggi ne vale 3.200, con un rialzo del 15% mentre gli utili 2019, immaginati al tempo salire del 10%, sono finiti a crescita zero.
È possibile che la presunta fine di una guerra commerciale che non ha procurato seri danni all’America, se non per aver paradossalmente rafforzato il dollaro, non sia ancora scontata da Wall Street? La logica avrebbe semmai suggerito di «vendere sulla notizia»: invece, questo primo accordo commerciale ha generato un’euforia che è ben descritta nel sondaggio mensile di Bank of America. Il rischio di una recessione, paventato dai più (a parole) nei mesi scorsi è scomparso, la liquidità in portafoglio è ai minimi storici e la ripresa economica è vista accelerare ai ritmi di due anni fa. Gli investitori non sono mai stati così pieni di azioni come adesso e persino dicono di voler «sovrappesare» i titoli europei. Il commento di Michael Hartnett, strategist di BofA, sta nella sua ironica previsione dell’indice S&P a 3.333 punti il prossimo 3 marzo. Manca appena il 4% e, con l’euforia che si respira, parrebbe un obiettivo assai modesto.

Via: Corriere Economia | Walter Rioffi